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Scope 3 oltre il confine aziendale

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Luglio 3, 2026

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Quando si parla di emissioni aziendali, si tende a pensare ai consumi energetici dello stabilimento, ai veicoli aziendali, all’energia elettrica acquistata. Queste sono, in larga parte, emissioni di Scope 1 e Scope 2: dirette o legate all’energia acquistata, e generalmente le più presidiate dall’impresa. 

Le emissioni di Scope 3 comprendono invece le altre emissioni indirette generate lungo la catena del valore dell’impresa, a monte e a valle della produzione. Rientrano in questa categoria, ad esempio, gli acquisti di materie prime, i trasporti, gli imballaggi, i processi affidati a terzi, l’uso del prodotto da parte del cliente e il suo smaltimento finale. 

Per molte imprese manifatturiere, questa categoria può rappresentare la quota prevalente delle emissioni totali. E anche la più difficile da presidiare, perché riguarda attività che l’azienda non controlla direttamente. Ma è proprio qui che spesso si concentra il maggiore potenziale di riduzione e che si gioca una parte significativa della competitività futura. 

Perché lo Scope 3 è rilevante per la tua impresa 

La pressione a rendicontare le emissioni di Scope 3 proviene da più direzioni: la normativa europea, in particolare la CSRD e gli standard ESRS, le richieste degli istituti di credito nell’ambito della finanza sostenibile e le aspettative dei grandi clienti che includono i dati di filiera nelle proprie valutazioni di fornitura. 

Non tutte le imprese hanno lo stesso livello di obbligo e non tutte le categorie Scope 3 sono rilevanti in egual misura. Proprio per questo conviene affrontare il tema con metodo, prima che diventi una richiesta urgente da parte di clienti, banche o committenti. 

Come si calcolano le emissioni di Scope 3 

Il calcolo richiede un approccio per fasi, che eviti di disperdere risorse su attività marginali.  

Il punto di partenza e uno screening dell’inventario emissivo: si identificano le categorie piu rilevanti per l’impresa, in base al volume stimato di emissioni, alla loro rilevanza strategica e al livello di influenza che l’azienda può esercitare, concentrando l’attenzione sulle priorità. 

Il GHG Protocol Corporate Value Chain (Scope 3) Accounting and Reporting Standard definisce 15 categorie di Scope 3, suddivise in emissioni upstream, generate prima della produzione, ed emissioni downstream, generate dopo. Non tutte sono ugualmente significative per ogni settore: per un’impresa manifatturiera, le categorie tipicamente prioritarie sono i beni e servizi acquistati, il trasporto e la distribuzione, i rifiuti generati nelle operazioni e il fine vita del prodotto venduto. 

Per raccogliere i dati si utilizzano tre metodologie principali, spesso combinate tra loro e aggiornate progressivamente in funzione della qualità delle informazioni disponibili. 

Il metodo basato sulla spesa usa i dati economici disponibili, applicando fattori di emissione medi per categoria merceologica, ed è utile nelle fasi iniziali quando non si dispone ancora di informazioni fisiche puntuali.  

Il metodo basato sull’attività applica fattori di emissione specifici a quantità fisiche misurate, come tonnellate di materiale acquistato o chilometri percorsi, e produce risultati più accurati.  

Il metodo supplier-specific si fonda sui dati comunicati direttamente dai fornitori, ed è il più preciso ma anche il più esigente in termini di collaborazione e struttura informativa.  

La qualità dell’inventario migliora nel tempo: le stime iniziali vengono progressivamente sostituite da informazioni più precise e verificabili, man mano che i processi di raccolta si consolidano. Per questo è importante dichiarare sempre metodo, perimetro, assunzioni e limiti del dato. 

Mappare la catena del valore per individuare le priorità 

Prima di intervenire sulle emissioni, è necessario sapere dove si concentrano. La mappatura della catena del valore serve esattamente a questo: individuare i punti di maggiore concentrazione emissiva, i cosiddetti hotspot, e stabilire dove l’impresa può agire con maggiore efficacia e con le risorse disponibili. 

Per un’impresa manifatturiera, gli hotspot più frequenti riguardano i materiali acquistati ad alta intensità emissiva, i trasporti su scala internazionale, i processi produttivi esternalizzati, il packaging e il consumo energetico del prodotto nella fase d’uso.  

Gli strumenti più utili in questa fase sono le heatmap emissive, che visualizzano la distribuzione delle emissioni per categoria e per fornitore, e le matrici di priorità climatica, che incrociano tre variabili: impatto emissivo, rilevanza economica della voce di costo e grado di controllo o influenza che l’impresa esercita su quella attività. 

Questo incrocio consente di costruire un’agenda di priorità concreta, che orienta le decisioni invece di moltiplicare le iniziative e permette di allocare le risorse dove il miglioramento è più accessibile e più significativo. 

Il ruolo dei fornitori nella riduzione delle emissioni 

I fornitori sono la parte centrale della soluzione. Il punto non è coinvolgerli tutti nello stesso modo, ma distinguere tra quelli strategici in termini emissivi e quelli con maggiore capacità di generare miglioramenti rapidi. Un criterio efficace di prioritizzazione combina tre fattori: volume di emissioni associate, peso economico della relazione e concreta possibilità di influenzare un cambiamento. 

I fornitori più rilevanti vanno coinvolti per primi, con richieste di dati più dettagliati, obiettivi condivisi e percorsi di riduzione progressiva. In pratica, questo significa strutturare questionari di raccolta dati proporzionati alla dimensione e alla capacità del fornitore, definire clausole contrattuali che includano requisiti di trasparenza emissiva e avviare percorsi di sviluppo condiviso per i partner strategici che hanno margini di miglioramento significativi. 

Questo lavoro produce due risultati: migliora la qualità del dato ambientale e rafforza la resilienza della filiera, orientando le relazioni verso una collaborazione più strutturata e continuativa. 

Comunicare i risultati al mercato 

La comunicazione delle emissioni di Scope 3 richiede concretezza e trasparenza. I messaggi generici non costruiscono credibilità: il mercato, gli istituti di credito e i grandi clienti sanno riconoscere la differenza tra una dichiarazione di intenti e un percorso reale.  

Una comunicazione efficace mostra il metodo adottato, dichiara il perimetro di analisi, le categorie incluse e quelle escluse con relativa motivazione, riconosce i limiti del dato nella fase attuale e illustra il piano di miglioramento con obiettivi misurabili e scadenze definite. Questo approccio riduce anche il rischio di claim climatici generici o non dimostrabili. 

Indicare quante categorie sono state analizzate, quali hotspot sono stati identificati e quali fornitori sono stati coinvolti trasforma la comunicazione da esercizio reputazionale a strumento di posizionamento concreto, verificabile nel tempo. 

Il supporto di IPLUS 

La tua impresa è preparata per gestire le emissioni di Scope 3 con il metodo e gli strumenti necessari? IPLUS affianca le imprese nei percorsi di sostenibilità: dalla strategia ESG al Piano Strategico di Sostenibilità, dalla misurazione della carbon footprint organizzativa e di prodotto alla rendicontazione, fino alla valutazione degli impatti su filiere, investimenti, governance e organizzazione interna. 

Il primo passo è capire il punto di partenza, il livello di esposizione e le decisioni da programmare prima che la transizione diventi un’urgenza. L’Assessment ESG gratuito di IPLUS è uno strumento di analisi strategica che, in circa 10 minuti, consente di ottenere una valutazione personalizzata del posizionamento ESG dell’impresa, identificare le aree di rischio e quantificare le opportunità economiche connesse a una gestione strutturata della sostenibilità. 

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