Per moltissime imprese l’impatto ambientale più rilevante vive fuori dal proprio perimetro aziendale, incorporato in ciò che acquista e in ciò che vende.
È un impatto reale e, fino a oggi, intangibile, perché nascosto nei componenti, nei materiali e nei servizi che attraversano la filiera. Riconoscerlo e misurarlo è il primo passo per trasformarlo in una leva di valore e in un ruolo più solido lungo la catena.
Cos’è lo Scope 3
Lo Scope 3 raccoglie le vere e proprie emissioni indirette, quelle che si dividono in upstream e downstream, sia a monte sia a valle della catena del valore.
Sono le emissioni dovute alla combustione di combustibili fossili per produrre i componenti, i materiali e i servizi che l’impresa acquista dalla filiera e integra nel proprio prodotto.
Lo Scope 1 e lo Scope 2 si calcolano con maggiore facilità, perché riguardano l’energia generata o acquistata direttamente; lo Scope 3 misura invece tutto ciò che resta fuori dal perimetro e che, per molte aziende, pesa di più.
Secondo il GHG Protocol si articola in 15 categorie; secondo la ISO 14064 l’analisi arriva fino agli ambiti 3, 4, 5 e 6. In entrambi i casi si parla di Greenhouse Gases, i gas a effetto serra.
Dalla misura alla reputazione
Per molte imprese manifatturiere lo Scope 3 rappresenta la quota prevalente delle emissioni totali, perché le filiere sono lunghe, complesse, fatte di logistica, componentistica e servizi.
Iniziare a misurarle, svolgere il calcolo ogni anno e abbattere le emissioni con piani di decarbonizzazione dimostra un elevato livello di serietà aziendale.
È un percorso che aumenta la reputazione dell’impresa, apre l’accesso a iniziative internazionali come la SBTi (Science Based Targets initiative) e permette di ottenere punteggi più alti in rating come il CDP (Carbon Disclosure Project) o i rating di filiera.
La stessa misura risponde alle richieste che arrivano da più direzioni: la normativa europea, con la CSRD (Corporate Sustainability Reporting Directive) e gli standard ESRS (European Sustainability Reporting Standards), gli istituti di credito nella finanza sostenibile e i grandi clienti, che inseriscono i dati di filiera nelle valutazioni di fornitura. Affrontare il tema con metodo, prima che diventi una richiesta urgente, permette di arrivare preparati.
I fornitori al centro, dallo Scope 3 allo stakeholder engagement
Migliorare lo Scope 3 significa avviare un percorso di reale stakeholder engagement verso la propria catena di fornitura, in particolare verso i fornitori.
A loro si chiede di migliorare le proprie performance oppure di selezionare prodotti e servizi a elevata efficienza energetica, che riducono le emissioni derivanti da fonti fossili.
I fornitori più rilevanti per volume di emissioni, peso economico e possibilità di influenza vengono coinvolti per primi, con richieste di dati proporzionate, obiettivi condivisi e percorsi di riduzione progressiva.
Nella mia esperienza è qui che molte imprese scoprono il margine di miglioramento più ampio, ed è così che un’impresa, anche piccola, inizia ad avere un ruolo da protagonista all’interno della filiera.
Il metodo, dallo screening agli hotspot
Per arrivarci serve un metodo che proceda per fasi e concentri le risorse dove contano.
Il punto di partenza è uno screening dell’inventario emissivo, che individua le categorie più rilevanti per volume di emissioni, peso strategico e grado di influenza; per un’impresa manifatturiera le priorità tipiche sono i beni e servizi acquistati, il trasporto e la distribuzione, i rifiuti delle operazioni e il fine vita del prodotto.
La mappatura della catena del valore individua poi gli hotspot, i punti di maggiore concentrazione emissiva, e indica dove l’azione è più efficace: le heatmap emissive e le matrici di priorità climatica incrociano impatto, rilevanza economica e grado di controllo, e costruiscono un’agenda di priorità concreta.
La raccolta dei dati combina tre metodi, affinati progressivamente in funzione della qualità delle informazioni disponibili:
- il metodo basato sulla spesa, che applica fattori di emissione medi ai dati economici ed è utile nelle fasi iniziali;
- il metodo basato sull’attività, che applica fattori specifici a quantità fisiche misurate, come tonnellate o chilometri, e offre risultati più accurati;
- il metodo supplier-specific, che parte dai dati comunicati direttamente dai fornitori ed è il più preciso.
La qualità dell’inventario cresce nel tempo, man mano che le stime iniziali lasciano spazio a informazioni precise e verificabili. Per questo conviene dichiarare sempre metodo, perimetro, assunzioni e limiti del dato.
Dalla dichiarazione di intenti ai dati verificabili
La comunicazione dei risultati chiede concretezza e trasparenza. Una comunicazione efficace mostra il metodo adottato, dichiara il perimetro e le categorie incluse ed escluse, riconosce i limiti attuali del dato e illustra il piano di miglioramento con obiettivi misurabili e scadenze definite.
Indicare quante categorie sono state analizzate, quali hotspot emergono e quali fornitori sono coinvolti rende la comunicazione uno strumento di posizionamento verificabile nel tempo, e tiene lontano il rischio di claim climatici generici.
Il supporto di IPLUS
Misurare e gestire lo Scope 3 con metodo premia nel medio-lungo periodo, in termini di reputazione, accesso al credito e solidità della filiera. In IPLUS affianchiamo le imprese lungo tutto il percorso di sostenibilità: dalla strategia ESG al Piano Strategico di Sostenibilità, dalla misurazione della carbon footprint organizzativa e di prodotto alla rendicontazione, fino alla valutazione degli impatti su filiere, investimenti e governance.
Il primo passo è capire il punto di partenza, il livello di esposizione e le decisioni da programmare per tempo. L’Assessment ESG gratuito di IPLUS, in circa 10 minuti, offre una valutazione personalizzata del posizionamento ESG dell’impresa, individua le aree di rischio e quantifica le opportunità economiche connesse a una gestione strutturata della sostenibilità.
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