Dal 1 gennaio 2026 il Carbon Border Adjustment Mechanism (CBAM), istituito dal Regolamento (UE) 2023/956, entra nella sua fase definitiva. Per le imprese che importano nell’Unione Europea merci ad alto contenuto di carbonio, e in particolare per gli importatori sopra la soglia unica di massa prevista dalla disciplina, questo passaggio ridefinisce le condizioni di accesso al mercato europeo e introduce una variabile di costo strutturale che incide su acquisti, relazioni di filiera e marginalità.
Il meccanismo si applica a specifiche categorie merceologiche, tra cui cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, idrogeno ed elettricità. Il suo obiettivo e allineare progressivamente il costo del carbonio tra produttori europei soggetti al sistema di scambio di quote di emissione (ETS) e importatori da paesi terzi, riducendo il rischio di carbon leakage e incentivando una maggiore trasparenza lungo la catena del valore.
Dal monitoraggio transitorio al sistema pienamente operativo
La fase transitoria 2023-2025 ha consentito alle imprese di raccogliere dati e testare i processi di rendicontazione senza obbligo di acquistare e restituire certificati CBAM. La fase definitiva chiude questa finestra.
Dall’inizio del 2026, la compliance CBAM richiede processi interni strutturati, capaci di supportare calcoli affidabili, controlli documentali, richiesta o gestione dello status di dichiarante CBAM autorizzato nei casi previsti e, quando applicabile, verifiche di terza parte.
Questo cambio di paradigma coinvolge funzioni aziendali diverse: doganale, amministrativa, acquisti, produzione, qualità, sostenibilità e legale. L’efficacia del processo dipende dalla capacità di far convergere competenze eterogenee su un obiettivo comune, ovvero trasformare un obbligo normativo in una procedura controllata e verificabile.
La metodologia di calcolo delle emissioni incorporate
Il punto tecnico più rilevante riguarda il calcolo delle emissioni incorporate nelle merci importate. La regola generale è privilegiare i dati effettivi del produttore, quando disponibili, verificabili e compatibili con la metodologia CBAM. Questo approccio riduce il rischio di sovrastime e, nella maggior parte dei casi, può produrre un dato più favorevole per l’importatore rispetto all’alternativa dei valori predefiniti.
L’uso dei dati reali presuppone una filiera informativa solida: il fornitore estero deve essere in grado di misurare, raccogliere e trasmettere le informazioni emissive secondo parametri compatibili con la disciplina CBAM. Quando questa condizione non è soddisfatta, la normativa prevede il ricorso ai valori di default, ovvero valori standard utilizzabili come base di calcolo in assenza di dati verificabili, secondo le condizioni applicabili.
Il ruolo dei valori di default e dei benchmark tecnici
I valori di default permettono di completare il calcolo quando la documentazione di origine è incompleta o non verificabile. In molti casi, tuttavia, il valore predefinito può risultare superiore all’intensità emissiva effettiva del prodotto, con un impatto diretto su l’onere economico complessivo.
Investire nella raccolta sistematica dei dati reali può quindi generare un vantaggio concreto in termini di riduzione dei costi di conformità e di maggiore controllo sulla marginalità.
Accanto ai default values, il sistema CBAM si basa su regole di calcolo tecniche che definiscono il metodo con cui stimare le emissioni incorporate, anche in presenza di precursori o materiali intermedi. Dal 2026, il collegamento con il prezzo dei certificati CBAM, basato sul prezzo delle quote EU ETS, rende la qualità del dato un tema anche economico e non solo documentale.
Nei casi più complessi, la corretta interpretazione dei benchmark diventa decisiva per evitare errori di stima con effetti economici rilevanti.
La struttura interna per la gestione del dato emissivo
Costruire una governance del dato e la condizione preliminare per una compliance robusta. Una mappa chiara delle responsabilità, che definisca chi raccoglie i dati, chi li controlla, chi li valida, chi gestisce la relazione con i fornitori e chi predispone la dichiarazione, costituisce il primo livello di presidio.
Le fasi operative del processo si articolano come segue:
- Mappatura delle merci rilevanti: verifica dei codici doganali, dei volumi importati, della soglia applicabile e identificazione dei prodotti effettivamente soggetti al meccanismo.
- Analisi della supply chain: identificazione dei produttori, degli impianti di origine e della disponibilità di informazioni emissive per ciascun fornitore.
- Standardizzazione della raccolta dati: definizione di un set uniforme di richieste ai fornitori, con criteri chiari su emissioni dirette e indirette, unità di misura, periodo di riferimento, impianto di origine e documentazione di supporto.
- Controllo di qualità: verifica di ogni dato rispetto a coerenza numerica, compatibilità con la merce importata e completezza documentale.
Verifica di terza parte e audit trail
Nella fase definitiva, la verifica di terza parte assume un ruolo centrale nei casi previsti dalla disciplina. Non è sufficiente dichiarare un valore emissivo: occorre dimostrarne l’origine, la correttezza metodologica e la tracciabilità rispetto alla filiera produttiva.
A supporto di questa verifica, le imprese dovrebbero predisporre un audit trail completo, che conservi non solo il risultato finale, ma anche tutti i passaggi che lo hanno generato: fonti utilizzate, calcoli eseguiti, ipotesi adottate, corrispondenza con i fornitori, eventuale prezzo del carbonio già pagato nel paese di origine e rettifiche intervenute.
Gli errori più frequenti nella gestione del CBAM
Tre criticità ricorrenti nella fase transitoria diventano, nella fase definitiva, fattori di rischio economico concreto: qualità del dato, governance interna e uso non strategico dei valori di default.
La sottovalutazione della qualità del dato è l’errore più diffuso: le aziende si concentrano sulla scadenza formale della dichiarazione, trascurando il contenuto informativo. Nel CBAM definitivo, il rischio principale nasce da dati deboli, incompleti o non verificabili.
La mancata governance interna genera dispersione delle informazioni e incoerenza del processo nel momento in cui viene sottoposto a verifica.
L’uso acritico dei valori di default, infine, può risultare penalizzante sul piano economico. I valori predefiniti sono uno strumento utile in determinate circostanze, ma non dovrebbero diventare la soluzione sistematica adottata per supplire a un’organizzazione interna insufficiente o a una filiera non presidiata.
Il ruolo di IPLUS nella compliance CBAM
In IPLUS affianchiamo le imprese nell’implementazione di un processo strutturato per la gestione della compliance CBAM, dalla mappatura iniziale delle merci rilevanti fino alla validazione dei dati emissivi e alla predisposizione della documentazione tecnica.
Il nostro approccio integra analisi della supply chain, definizione di procedure interne verificabili e simulazione economica dell’impatto dei valori di default, a supporto di decisioni di acquisto e sourcing più consapevoli.
Per valutare il livello di esposizione della propria organizzazione e definire un percorso di adeguamento, è possibile richiedere un assessment preliminare e gratuito con il team IPLUS.
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