Normativa sulla sostenibilità

CBAM: un’occasione per rafforzare la propria filiera

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Giugno 17, 2026

Indice

Dal 1° gennaio 2026 il Carbon Border Adjustment Mechanism, noto con l’acronimo CBAM e istituito dal Regolamento (UE) 2023/956, entra nella sua fase definitiva. 

Per le imprese che importano nell’Unione Europea merci ad alto contenuto di carbonio, questo passaggio introduce una variabile di costo strutturale che incide su acquisti, relazioni di filiera e marginalità. Leggere il CBAM come una leva di conoscenza della propria catena del valore, prima ancora che come un adempimento, permette di trasformarlo in un percorso di crescita condivisa.

Il meccanismo si applica a categorie merceologiche precise: cemento, ferro e acciaio, alluminio, fertilizzanti, idrogeno ed elettricità. Il suo obiettivo è allineare progressivamente il costo del carbonio tra i produttori europei soggetti al sistema di scambio di quote di emissione, noto come ETS, e gli importatori da paesi terzi, riducendo il rischio di carbon leakage e portando maggiore trasparenza lungo la filiera. 

Il punto su cui il CBAM concentra l’attenzione

Nella mia esperienza, è proprio questa trasparenza a generare il valore più duraturo per l’impresa.

Il cuore del meccanismo riguarda la fonte energetica impiegata nella produzione delle merci importate. È su questo aspetto, l’origine dell’energia, che si gioca buona parte del calcolo delle emissioni incorporate, prima che su altri temi ambientali come la gestione dei rifiuti. 

Per molte imprese questo rappresenta il primo motivo concreto per ricostruire la mappa dei propri fornitori e delle loro fonti di approvvigionamento energetico.

Dati reali e valori di default, una scelta che parla di relazioni

La fase transitoria 2023-2025 ha permesso alle imprese di raccogliere dati e testare i processi di rendicontazione. La fase definitiva apre ora una stagione in cui la qualità del dato emissivo diventa anche un tema economico, perché collegata al prezzo dei certificati CBAM, a sua volta legato al prezzo delle quote ETS. Qui si colloca una scelta strategica che merita attenzione.

La disciplina privilegia i dati effettivi del produttore, quando disponibili, verificabili e compatibili con la metodologia CBAM. In molti casi questo dato reale risulta più favorevole all’importatore rispetto ai valori di default, ovvero i valori standard utilizzati come base di calcolo in assenza di informazioni verificabili. Investire nella raccolta sistematica dei dati reali offre quindi un vantaggio tanto economico quanto relazionale.

L’uso del dato reale presuppone una filiera informativa solida, in cui il fornitore estero sa misurare, raccogliere e trasmettere le proprie emissioni secondo parametri coerenti con la disciplina. Costruire questa capacità insieme ai fornitori significa accompagnarli in un percorso di transizione ecologica, e in particolare energetica. Un fornitore che cresce su questo piano diventa un partner più affidabile, e con lui aumenta la stabilità della fornitura nel lungo termine.

Questa è, nella mia esperienza, la lettura più feconda del CBAM. L’obbligo di documentare le emissioni della filiera diventa l’occasione per instaurare con i fornitori un dialogo strutturato su dati, processi e scelte energetiche, un dialogo che rafforza la relazione commerciale e, insieme, la qualità della fornitura.

Conoscere a fondo la propria filiera, lungo questo percorso, permette di:

Il disegno del Green Deal e l’orizzonte globale

  • valorizzare i fornitori già avanzati sul piano della fonte energetica, riconoscendone l’impegno come elemento di qualità della fornitura;
  • accompagnare i fornitori meno strutturati in un miglioramento misurabile, con benefici condivisi nel tempo;
  • ridurre l’onere economico legato ai valori di default attraverso dati reali, verificabili e tracciabili;
  • rafforzare la business continuity, costruendo rapporti di fornitura stabili e prevedibili.

Questo orientamento coincide con l’obiettivo del legislatore europeo. Con il Green Deal, l’ambizione guarda oltre i confini del continente e mira a contribuire a un cambiamento di portata globale. 

La modalità scelta consiste nell’introdurre obblighi che spingono le imprese europee a richiedere informazioni dettagliate ai fornitori e a domandare loro performance di miglioramento su molti temi: la deforestazione, i diritti umani, i diritti ambientali e, con il CBAM, la transizione energetica.

L’obiettivo è contribuire a un cambiamento condiviso, in coerenza con gli obiettivi delle Nazioni Unite. Si tratta di un impegno che ricade in larga parte sui privati, e il tessuto produttivo europeo è composto soprattutto da piccole e medie imprese, le PMI, che dispongono spesso di una forza contrattuale misurata. Proprio in questo contesto la dimensione di filiera diventa una risposta efficace.

Un contributo che attraversa la catena del valore

L’aspetto più significativo, sul piano della sostenibilità, riguarda la possibilità di contribuire al miglioramento di territori distanti dalle sedi aziendali e parte della stessa catena del valore globale. 

Ridurre gli impatti ambientali lungo tutta la filiera porta benefici tanto all’impresa quanto ai luoghi in cui operano i suoi fornitori. Nei Paesi in via di sviluppo i temi ambientali si intrecciano con le esigenze di crescita economica, lo sviluppo industriale, i fattori culturali e la disponibilità di risorse, e per questo la transizione richiede tempo e accompagnamento.

Accompagnare la filiera in questo percorso offre all’impresa una prospettiva chiara: una catena di fornitura che nel tempo diventa più performante sul piano ambientale e più solida su quello economico. 

Per l’impresa significa anche poter contare su una filiera che condivide obiettivi e linguaggio, e che risponde con prontezza alle richieste informative crescenti della normativa europea.

Il valore di un metodo strutturato

La fase definitiva del CBAM premia le imprese che lavorano con metodo. Una governance chiara del dato, che definisca chi raccoglie le informazioni, chi le controlla e chi le valida, costituisce il primo livello di presidio e rende la conformità coerente, verificabile e difendibile in sede di verifica. Il processo coinvolge competenze eterogenee, dalla funzione doganale agli acquisti, dalla produzione alla sostenibilità, e trova efficacia nella capacità di farle convergere su un obiettivo comune.

In IPLUS affianchiamo le imprese lungo l’intero percorso, dalla mappatura delle merci rilevanti alla validazione dei dati emissivi, integrando l’analisi della filiera con la simulazione economica dell’impatto dei valori di default. Costruire oggi questa capacità permette di trasformare un obbligo normativo in una leva di competitività e in un contributo concreto alla transizione della propria catena di fornitura. Chi parte adesso con metodo si trova domani con una filiera più consapevole, più solida e più capace di durare nel tempo.

Un assessment preliminare con il team IPLUS permette di misurare il livello di esposizione della propria organizzazione e di definire i primi passi di un percorso di adeguamento.

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