Il CBAM è un obbligo normativo europeo che crea dei rischi per l’impresa se sottovalutato e, ad oggi, le imprese ne sono consapevoli, ma è giusto anche chiarire questo aspetto.
Dal 1° gennaio 2026 il regolamento europeo CBAM, il Carbon Border Adjustment Mechanism istituito dal Regolamento (UE) 2023/956, entra nella fase definitiva.
Da ora in poi, e soprattutto verso la fine di quest’anno, le imprese dovranno fare una valutazione che appartiene a pieno titolo al governo dell’impresa e che chiama in causa gli organi di amministrazione e di controllo.
Per imprese intendiamo tutti gli importatori delle specifiche categorie merceologiche interessate: cemento, ferro, acciaio, alluminio, fertilizzanti, idrogeno ed elettricità. Ovviamente i principali sono cemento, ferro, acciaio, ghisa e alluminio.
Queste sono le imprese statisticamente più impattate, ed è a loro che mi rivolgo quando parlo della rilevanza economica di questo passaggio. Vorrei chiarire fin da subito che si tratta di una valutazione di merito, prima che di un adempimento formale.
La valutazione economico-finanziaria richiesta dal CBAM
Le imprese dovranno fare una valutazione di un rischio anche economico-finanziario non da poco e decidere se converrà utilizzare i valori di default europei, ossia i valori con cui l’Europa giudica i Paesi extraeuropei da cui si importano questi materiali.
L’Europa effettua dei calcoli di default valutando il mix energetico di questi territori, che di certo è spesso meno performante rispetto a quello europeo, e attribuisce quindi dei valori di default che possono essere anche abbastanza realistici ma che incidono sul costo legato all’importazione.
Di fatto, questi valori vanno a incidere sul prezzo di acquisto del prodotto, perché bisogna comunque inserire questo costo all’interno del prezzo di acquisto del bene.
Questo comporta quindi che il costo di acquisto del bene extra-UE che importo direttamente aumenti. Il tema riguarda tutte le imprese che producono oppure che sono importatori puri, cioè acquistano direttamente dall’estero e non tramite grossisti europei.
Dal costo di acquisto alla competitività sul mercato
La conseguenza è lineare. Se aumenta il costo di acquisto, un domani avrò un prezzo del prodotto più alto da poter vendere sul mercato europeo oppure in export, con il rischio di uscire dal mercato perché il mio prezzo è troppo alto.
Per un’impresa che opera su margini misurati, anche una variazione contenuta del costo di importazione può tradursi in una perdita di posizionamento.
Al riguardo, il valore di default potrà in alcuni casi essere veritiero. Ad esempio, se ho un fornitore in India che produce utilizzando principalmente carbone come fonte energetica per alimentare gli altiforni che lavorano le materie prime, le ferroleghe e altri materiali, il valore di default europeo potrebbe essere corretto.
Quando conviene il dato reale certificato
La situazione cambia con un fornitore che ha migliorato il proprio profilo produttivo. Se invece in India ho un fornitore che negli ultimi anni ha fatto una transizione ecologica importante e riesce a dimostrare i propri consumi energetici, i kilowattora per tonnellata di materiale e gli altri dati richiesti, potrebbe accadere che il valore di default sia troppo alto.
In questo caso mi verrebbe attribuito un livello di emissioni superiore a quello reale e andrei quindi a sostenere un costo CBAM maggiore rispetto a quanto effettivamente dovuto. Questo rappresenterebbe uno svantaggio per me.
Potrebbe quindi essere preferibile utilizzare i dati reali, che però devono essere certificati da un ente terzo. Oggi si sta avviando tutta questa procedura, e proprio per questo conviene affrontarla con ordine e per tempo.
Il vero rischio di governance
Ed è qui che emerge il rischio di governance: le imprese devono valutare se convenga maggiormente utilizzare i valori di default e non sostenere i costi della certificazione dei dati di carbonio relativi ai beni acquistati dall’estero, oppure se convenga certificare questi dati e quelli dei propri fornitori indiani, cinesi, africani o di altri Paesi extra-UE.
In questo modo potrebbero pagare un costo CBAM inferiore per l’importazione.
Questo è il grande tema, perché l’impatto economico può essere molto rilevante: maggiore è il costo di acquisto, maggiore sarà il prezzo che l’impresa dovrà applicare ai propri prodotti e maggiore sarà il rischio di perdere competitività sul mercato. Questo è il vero rischio di governance.
Una scelta che richiede adeguati assetti
Nella mia attività colloco questo tema sul terreno che conosco meglio, quello degli adeguati assetti richiesti dall’articolo 2086 del Codice Civile, che impone all’imprenditore di istituire un assetto organizzativo, amministrativo e contabile adeguato alla natura e alle dimensioni dell’impresa, anche in funzione della rilevazione tempestiva della crisi e della tutela della continuità aziendale.
L’esposizione legata al CBAM rientra a pieno titolo tra i rischi che un sistema di controllo interno ben costruito è chiamato a individuare, misurare e governare, con il coinvolgimento tanto degli organi di amministrazione quanto degli organi di controllo.
Chi imposta per tempo questa analisi arriva con maggiore serenità alle decisioni di acquisto e dispone di dati affidabili su cui fondarle.
In IPLUS affianchiamo le imprese nella costruzione di un presidio strutturato del rischio CBAM, dalla mappatura delle merci rilevanti alla valutazione economica comparata tra valori di default e dati reali certificati, fino alla definizione di procedure interne verificabili.
Costruire per tempo assetti coerenti con la nuova disciplina è una scelta di buona amministrazione, che rafforza la solidità dell’impresa e ne sostiene la continuità nel tempo.
Un assessment preliminare con il nostro team permette di misurare il livello di esposizione della propria organizzazione e di definire i primi passi di un percorso di adeguamento.
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