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Target climatico 2040: l’Europa accelera i tempi

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Giugno 2, 2026

Indice

Con il Regolamento (UE) 2026/667, entrato in vigore il 7 aprile 2026, l’Unione Europea ha modificato la Climate Law del 2021 introducendo un obiettivo intermedio vincolante al 2040: ridurre del 90% le emissioni nette di gas serra rispetto al 1990. Il target del 2030, fermo a una riduzione di almeno il 55%, resta invariato, così come la neutralità climatica al 2050. La novità più significativa, però, sta meno nei numeri e più nel ritmo: la transizione passa da progressiva ad accelerata e il lavoro vero si concentrerà nel decennio 2030-2040.

Perché siamo lontani dal target 2030 nonostante l’efficienza cresca

I dati attuali dell’Europa restano fermi a una riduzione delle emissioni intorno al 26%, lontana dal -55% atteso per il 2030. La ragione, però, sta in un meccanismo strutturale: gli sforzi di efficientamento sono enormi e i risultati per singola unità di prodotto, servizio o kilowattora sono effettivamente in calo. Il consumo totale, però, continua a crescere, perché aumentano insieme la popolazione mondiale, il numero di prodotti e servizi richiesti e il livello medio di consumo per persona, comprese le fasce più anziane che oggi conducono uno stile di vita più intenso del passato.

Su questo paradosso si gioca tutta la difficoltà: stiamo migliorando il “come” produciamo e consumiamo, mentre il “quanto” continua ad allargarsi. Una parte delle nostre emissioni resta legata ai combustibili fossili, e questo significa che il calo per unità viene sopravanzato dalla crescita assoluta dei volumi. È una sfida di scala, da affrontare con consapevolezza e con metodo.

Perché l’Europa ha scelto di accelerare invece di rallentare

A fronte di un percorso così esigente, l’Europa avrebbe potuto rivedere i target al ribasso. La scelta politica è andata però in direzione opposta: mantenere il Green Deal e accelerare la traiettoria di riduzione, mettendo nel mezzo del cammino il nuovo target del 2040. Dietro questa decisione c’è una visione precisa: arrivare al 2050 come primo continente al mondo a elevata performance di decarbonizzazione, e farne sia un fattore di attrattività per gli investimenti produttivi sia un beneficio diretto per la qualità della vita, la salute pubblica e la biodiversità degli ecosistemi.

In questa prospettiva la decarbonizzazione diventa elemento cardine della quinta rivoluzione industriale, quella che lega energia, tecnologie pulite e nuovi modelli produttivi. È un’ambizione strategica, e in quanto tale richiede coerenza nel tempo.

14 anni sembrano molti, per un’impresa sono pochi

Il 2040 appare lontano, eppure per un’organizzazione che voglia ridurre del 90% le proprie emissioni il tempo a disposizione è già contenuto. Le decisioni che genereranno gli effetti più rilevanti nel decennio 2030-2040 si prendono adesso, perché impianti, contratti, scelte tecnologiche e relazioni di fornitura hanno cicli pluriennali e producono effetti spalmati nel tempo. Iniziare oggi significa avere margine per scegliere con metodo, anziché trovarsi a reagire quando le scadenze stringono.

Da dove iniziare, in pratica

Nella mia esperienza, le imprese che affrontano per tempo il tema della decarbonizzazione partono sempre dalle stesse domande di base. Sono domande operative, e proprio per questo aprono la strada alle scelte successive:

  • verificare il proprio perimetro normativo e di mercato, perché oggi gli obblighi diretti riguardano alcune categorie, mentre le richieste di filiera, di banche e di grandi clienti si stanno generalizzando, indipendentemente dalla dimensione;
  • misurare le emissioni partendo dal carbon footprint organizzativo e, quando ha senso, di prodotto, con dati strutturati su Scope 1, Scope 2 e principali categorie Scope 3, così da capire dove si concentrano gli impatti;
  • costruire una valutazione di lungo termine, integrata con quella di breve, sugli interventi che possono produrre riduzioni sostanziali: efficientamento energetico, passaggio a fonti rinnovabili anche attraverso partecipazione diretta o investimento in società del settore, gestione della flotta aziendale, selezione di fornitori più virtuosi, circolarità dei materiali.

Sono leve diverse, e funzionano sia singolarmente sia, soprattutto, messe a sistema in una roadmap coerente.

Un obiettivo esigente, una strada comunque necessaria

Voglio essere chiara su un punto. Una riduzione del 90% al 2040 è un traguardo davvero sfidante, e il suo pieno raggiungimento, sia a livello europeo sia per la singola impresa, resta tutto da costruire. La traiettoria, però, è coerente con un’idea precisa di sviluppo: garantire una continuità che sia insieme economica, ambientale e sociale, perché la qualità dell’ambiente è allo stesso tempo un fattore di salute pubblica e una variabile di equità tra le persone.

L’alternativa, in fondo, esiste, e la conosciamo: continuare a produrre ricchezza nel breve, accumulando però costi ambientali e sociali che prima o poi si manifestano. A questo si aggiunge un dato concreto già scritto nella direzione delle politiche europee: la pressione fiscale e regolatoria sui soggetti che emettono di più crescerà negli anni, attraverso ETS, ETS2 e meccanismi analoghi. Per questo, anche dal punto di vista strettamente gestionale, la decarbonizzazione si presenta come leva di continuità d’impresa, oltre che come responsabilità più ampia.

Mettere a sistema oggi, per essere pronti domani

Il 2040 si avvicina con un ritmo che ridisegna tempi e priorità. Le imprese che oggi iniziano a misurare, valutare e pianificare saranno quelle che nel decennio 2030-2040 avranno dati solidi, strategie coerenti e margini di manovra reali. È un percorso concreto, fatto di scelte ordinate e di un metodo che collega obiettivi climatici, piano industriale e creazione di valore nel lungo termine.

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