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Target climatico UE 2040: cosa cambia per le imprese

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Giugno 2, 2026

Indice

Con il Regolamento (UE) 2026/667, pubblicato nella Gazzetta Ufficiale dell’Unione europea il 18 marzo 2026 ed entrato in vigore il 7 aprile 2026, l’Unione europea ha modificato la Climate Law europea (Regolamento (UE) 2021/1119) introducendo un obiettivo intermedio vincolante al 2040: ridurre del 90% le emissioni nette di gas serra rispetto ai livelli del 1990. Il nuovo target si colloca tra l’obiettivo di riduzione di almeno il 55% al 2030 e la neutralità climatica al 2050. 

Non si tratta di un adempimento operativo immediato per ogni impresa, ma di una traiettoria regolatoria che orienterà energia, industria, trasporti, finanza e politiche di investimento nei prossimi quindici anni. Quando cambia il percorso normativo europeo, cambiano anche le condizioni di mercato in cui le imprese programmano acquisti, produzione, logistica, investimenti e rapporti di filiera. 

Il regolamento in 4 punti 

Ecco cosa introduce il Regolamento (UE) 2026/667 e perché interessa anche alle imprese che non sono destinatarie di obblighi diretti immediati. 

  1. La riduzione si fa soprattutto in Europa, non si compra altrove. Dal 2036 il Regolamento consente un contributo limitato di crediti internazionali di carbonio di alta qualità, fino al 5% delle emissioni nette UE del 1990, corrispondente a una riduzione domestica dell’85% entro il 2040. L’utilizzo di tali crediti dovrà essere disciplinato dal diritto dell’Unione e rispettare criteri stringenti di integrità ambientale, addizionalità, permanenza, tracciabilità, governance e assenza di doppio conteggio. Il messaggio per le imprese resta chiaro: la transizione non può essere costruita solo attraverso compensazioni esterne, ma richiede interventi sui processi, sulle filiere e sulle scelte industriali quotidiane. 
  2. Il prezzo del carbonio si estende. Un anno in più, non un rinvio indefinito. Il Regolamento rinvia al 2028 l’operatività dell’ETS2 per edifici, trasporto stradale e ulteriori settori. Lo slittamento non modifica la direzione: il prezzo del carbonio diventerà sempre più rilevante nelle decisioni economiche delle imprese, anche quando l’organizzazione non rientra direttamente nel sistema. Energia, trasporti, logistica e fornitori trasferiranno progressivamente questa pressione lungo la filiera. 
  3. Le rimozioni permanenti di CO₂ entrano nel quadro industriale. Il Regolamento richiama il ruolo delle rimozioni permanenti domestiche, anche tecnologiche, nel sistema ETS per compensare emissioni residue difficili da abbattere. Non è un obbligo generalizzato per le imprese, ma è un segnale rilevante per i settori hard-to-abate, come cemento, acciaio, chimica e raffinazione: tecnologie come CCS, CCU, BioCCS e DACCS saranno sempre più collegate a competitività, finanziabilità e partnership industriali. 
  4. Agroalimentare: nessun obbligo settoriale specifico, ma una pressione crescente. Il Regolamento non introduce misure ad hoc per singole imprese del comparto agroalimentare, ma richiama la necessità di sistemi alimentari sostenibili, comunità rurali resilienti e un settore agricolo robusto nel percorso verso la neutralità climatica. Per agricoltura, allevamento e trasformazione alimentare il rischio non è solo sanzionatorio: può arrivare prima dal mercato, attraverso richieste di dati, tracciabilità, riduzione degli impatti e criteri ESG da parte di clienti, GDO, banche e filiere internazionali. 

Da dove partire: sei mosse concrete 

Non servono reazioni frettolose. Serve un metodo. Queste sono le priorità per trasformare il contesto normativo in una leva di vantaggio competitivo. 

  1. Identifica le vulnerabilità prima che diventino costi. Energia, trasporti, fornitori, materie prime, esposizione a settori ETS o CBAM, dipendenza da combustibili fossili: ogni impresa ha un profilo di rischio diverso. Un’analisi interna anche semplice, purché fondata su dati reali, consente di intervenire in anticipo, quando i margini di manovra sono ancora ampi. 
  2. Inizia a misurare le emissioni. Non solo per produrre un report, ma per capire dove si perde efficienza e dove è possibile intervenire con impatto reale. Una carbon footprint organizzativa, e quando serve di prodotto, permette di distinguere Scope 1, Scope 2 e le principali categorie Scope 3, collegando i dati ambientali alle decisioni industriali. Senza dati strutturati, le decisioni rimangono intuizioni. 
  3. Rivedi gli investimenti con un orizzonte più lungo. Impianti, flotte aziendali, contratti energetici, contratti di fornitura pluriennali e scelte tecnologiche costruite solo sul presente possono rivelarsi meno convenienti in uno scenario regolatorio più esigente. La domanda da porsi prima di ogni investimento è: sarà ancora coerente con la traiettoria climatica europea tra cinque o dieci anni? 
  4. Anticipa le richieste della filiera. Le richieste di trasparenza e misurabilità ambientale non arrivano solo dal legislatore. Arrivano da clienti, banche, grandi committenti, gare e gruppi soggetti a rendicontazione ESG. Anticiparle significa costruire un vantaggio competitivo. Subirle significa rispondere in emergenza, spesso con dati incompleti o non comparabili. 
  5. Integra la sostenibilità nel piano strategico, non in un documento separato. Un piano ESG che non dialoga con il piano industriale produce scarso valore. La decarbonizzazione diventa leva di crescita solo quando entra nelle decisioni operative: acquisti, produzione, logistica, finanza, organizzazione interna, governance e controllo di gestione. 
  6. Costruisci una roadmap climatica realistica. Non basta misurare: occorre definire priorità, responsabilità, tempi, investimenti e indicatori di avanzamento. Una roadmap credibile consente di collegare obiettivi climatici, piano industriale e disponibilità delle risorse. 

La vera posta in gioco 

Il 2040 sembra lontano. Le decisioni che conteranno nel 2040, però, si prendono adesso. 

Le imprese che iniziano oggi a leggere gli impatti possibili su processi, filiere, energia e investimenti costruiranno una posizione più solida e più difficile da scalfire. Chi aspetta che ogni obbligo settoriale sia già scritto nero su bianco rischia di agire quando i tempi saranno più stretti, i costi più elevati e le richieste di clienti e finanziatori già operative. 

La transizione climatica non è una minaccia da subire. È un processo da governare con metodo, dati e una strategia integrata. 

Pronto a passare dalla lettura all’azione? 

Tradurre scenari normativi complessi in decisioni aziendali concrete richiede metodo, competenze e una visione integrata. 

IPLUS affianca le imprese nei percorsi di sostenibilità: dalla strategia ESG al Piano Strategico di Sostenibilità, dalla misurazione della carbon footprint organizzativa e di prodotto alla rendicontazione, fino alla valutazione degli impatti su filiere, investimenti, governance e organizzazione interna. 

Il primo passo è capire il punto di partenza, il livello di esposizione e le decisioni da programmare prima che la transizione diventi un’urgenza. 

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